Quando diciamo guida turistica, ci capiamo?
Forse no.
Mi sono chiesta se questa combinazione di parole sia effettivamente riduttiva rispetto alla complessità delle maniere in cui si può interpretare questo ruolo nella società.
Come se essere “solo” una guida fosse il riflesso del preconcetto che assegna alla guida turistica un ruolo per lo più informativo. E a pensarci non c’è nulla di male in questo: certo è che ci sono molti modi di svolgere questa professione. Uno di essi è incarnare pratiche situate nel punto di intersezione tra ambito culturale e turismo, settori che non nascono sovrapposti e non è scontato che lo siano sempre.
Ogni oggetto culturale – materiale o immateriale – è strumento di costruzione della società e dei valori condivisi, della coscienza di sé, appartiene alla comunità e rende quest’ultima appartenente ai luoghi. Costituisce la continuità tra presente e passato. Se ne ritiene importante la conservazione per le generazioni future.
Si tende a dare per scontato che la comunità tragga sempre beneficio dalla trasformazione dei suoi oggetti culturali in patrimonio*, ma è davvero sempre così? In quanto soggetti culturali, le persone appartenenti alla comunità sono portatrici di diritti, che non è scontato vengano rispettati nei processi di patrimonializzazione*.
Quando la cultura diventa di valore, valorizzata e valutabile, ecco che questi diritti vengono messi in pericolo, in quanto la loro valorizzazione – il valore che queste persone attribuiscono al proprio patrimonio – si intreccia con la certificazione culturale, storica o artistica da parte di esperti esterni e, in ultima analisi, con la (potenziale) valutazione economica, attraverso il mercato e il turismo.
Il concetto di valorizzazione è quindi connesso al profitto e al consumo.
In realtà significa potenziamento delle opportunità d’accesso, facilitazione del dialogo tra chi abita un territorio e chi lo visita. Si tratta di garantire l’accessibilità pubblica, prima di tutto.
Il patrimonio culturale deve essere semplicemente conservato, o anche reso fruibile dal maggior numero possibile di persone? Indipendentemente da età, disabilità, provenienza culturale o condizioni socio-economiche. E le persone che operano nel settore, come si posizionano in tale sistema?
L’accessibilità non è un intervento aggiuntivo o un compromesso rispetto alla tutela, ma una componente stessa del valore del patrimonio.
Se la inseriamo in questo contesto, la guida facilita le relazioni in quanto si può collocare nel punto in cui una persona e un luogo si incontrano.
Maneggia la narrazione e, quando si tratta della Sardegna e i territori marginalizzati (attenzione: marginalizzati, non marginali o periferici) la narrazione è un ponte, ma anche un dispositivo di potere. In Sardegna, che sembra essere più narrata che conosciuta, essa è anche il primo spazio di resistenza alla colonizzazione simbolica.
E la colonizzazione simbolica non è solo un fatto di sguardo, è anche atto linguistico.
La toponomastica, l’oralità, la memoria linguistica del sardo e delle altre lingue dell’isola vengono cancellate, ridotte a peculiarità, a slang da spendere in una battuta.
Restituire un nome nella sua lingua, spiegare perché quel nome esiste in quella forma e non in un’altra, parlare della sostituzione linguistica in atto in Sardegna è posizionamento politico.
La guida, quindi, si trova fra persone e luoghi per farli dialogare. La sua è mediazione, interpretazione, passaggio, traduzione di un significato che se non passa da una relazione, si perde.
L’eticità del mestiere di guida sta quindi anche nella consapevolezza della propria responsabilità di rispecchiare la persona turista come portatrice di sguardo, di privilegi di classe e non solo.
Il turismo “per accumulo” funzionale per lo più a capitalizzare sui luoghi, riproduce le disuguaglianze e fa leva sulla condizione di bisogno, sulla subalternità, in quanto fantomatico “volano di sviluppo”.
Ai danni di reputazione causati al settore dall’impatto negativo dell’iperturismo sui territori, si ovvia con forme proposte come maggiormente virtuose, come, ad esempio, il turismo culturale.
Il capitalismo dei luoghi enfatizza le oppressioni sistemiche, le quali si riflettono inevitabilmente nella gerarchizzazione dei luoghi, che sottostanno all’obbligo di aumentare le presenze (cultura dell’accumulo).
Anche chi lavora in ambito turistico può – consapevolmente o meno – compartecipare alla feticizzazione della povertà*, alla veicolazione di stereotipi di genere, ecc.
[*Visite guidate attraverso i quartieri “popolari” che spoliticizzano il rapporto tra centro e periferia e le relazioni di potere in gioco]
La studiosa Laurajane Smith ha chiamato discorso patrimoniale autorizzato quella griglia di valore — colta in senso culturalmente e materialmente classista, spesso coloniale — nell’ambito della quale si decide cosa sia il patrimonio culturale. E che stabilisce una gerarchia delle località, spesso messe in classifica in base a valori estetici più che per il loro portato storico e culturale.
E chi decide, dentro quella griglia, cosa vale la pena visitare e raccontare?
La comunità locale è quasi sempre trattata come oggetto: fonte di colore, di aneddoto, di autenticità da estrarre — raramente come soggetto che viene consultato, coinvolto, messo al centro.
I saperi che la guida maneggia, spesso orali, informali, non “autorizzati” nel senso di Smith, appartengono a qualcuno prima di diventare narrazione pubblica. Raccontarli senza reciprocità — senza riconoscimento, senza un ritorno simbolico o economico a chi li custodisce — è una forma di estrattivismo epistemico, anche quando l’intenzione è buona.
La guida turistica che interroga il sistema, agisce politicamente nel territorio.
Non si limita a intrattenere: educa alla fruizione. Decolonizzare il turismo non basta, se non si parte dalla volontà di decolonizzare la propria prospettiva e i contenuti.
Narrazioni. Il paradosso dell’equidistanza
È davvero possibile “raccontare in modo neutro”?
Donna Haraway parla di conoscenza situata: l’obiettività non sta in un supposto sguardo che vede tutto senza voler adottare un punto di vista (dichiaratamente), ma nel palesare onestamente la prospettiva da cui si guarda. Il metodo conta quanto il contenuto.
Parlare di Sardegna dichiarando di adottare un punto di vista interno significa costruire un dialogo su categorie radicate e virtuose per entrare in relazione con un luogo: a partire da quel luogo e da chi lo vive, giacché il suo significato si evolve nell’interazione tra chi narra e chi ascolta.
Lavorare in un ambito problematico come quello turistico-culturale inchioda alla contraddizione. Che va accettata nella sua complessità e affrontata, palesata, abitata.
Affinché sia consapevole, l’approccio alla pratica turistica dovrebbe essere decoloniale, partecipativo e orientato a creare relazioni significative tra chi attraversa i territori e le comunità che li abitano; a far conoscere luoghi significanti più che belli, qualsiasi cosa voglia dire.
Il turismo non è un fenomeno separato dal nostro vivere sociale e pertanto l’esercizio etico della professione può realizzarsi nell’intreccio tra narrazione consapevole, memoria, lotte e corpi.
“La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza.
Questa marginalità, che ho definito come spazialmente strategica per la produzione di un discorso contro-egemonico, è presente non solo nelle parole, ma anche nei modi di essere e di vivere. Non mi riferivo, quindi, a una marginalità che si spera di perdere – lasciare o abbandonare – via via che ci si avvicina al centro, ma piuttosto a un luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi.”
bell hooks “Feminist Theory: From Margin to Center”


Lascia un commento