Con chi è messo in dialogo?

L’anfiteatro romano di Cagliari è emblematico della complessità dei rapporti tra persone e luoghi; tra oggetti culturali e contesto, tra persone e cultura materiale.
In particolare, è situato all’intersezione tra comunità locale, soggetti gestori, Comune e Soprintendenza, Università, comunità scientifica, industria turistica.

Il monumento, costruito tra il I e il II secolo D.C. , è sempre stato esposto all’interazione con l’esterno, sia che parliamo di interazione umana sia con la vegetazione e la fauna, oltre che con gli eventi atmosferici. Tutto ha un impatto e incide sulla trasformazione dell’oggetto archeologico.
Un risultato molto evidente dell’azione umana è il fenomeno della spoliazione (a parte il lavoro di scavo per realizzarlo). La parte costruita è stata asportata con la perdita della funzione originaria, dovuta, tra le altre cose, al fatto che i valori di un Impero cristianizzato non erano più compatibili con la tipologia di spettacoli per cui sono esistiti gli anfiteatri.
Ciò che oggi è riconosciuto come “bene culturale” non nasce come tale: lo diventa quando una collettività gli attribuisce un significato. Questo processo si chiama “patrimonializzazione”, una parola che ha a che fare con il concetto di proprietà ricevuta dal padre (patrimonium), ma anche con quello di “patria”: il patrimonio culturale è parte integrante della costruzione degli Stati-nazione e delle identità.
È necessario farsi anche un’altra domanda: i beni culturali nascono turistizzati? Sembra scontato il rapporto tra cultura e turismo: non solo non lo è, ma la cultura è mercificata e colonizzata dalle pratiche turistiche. Quanto è problematizzato questo aspetto nei contesti in cui si decide?

Oggi di chi è l’anfiteatro? Cosa significa (ri)appropriarsene, attraversarlo?

Le tensioni di cui è oggetto coinvolgono la parte di popolazione che si sente privata di uno spazio a cui pensa con nostalgia per via dei concerti che vi si svolgevano, e i soggetti preposti alla gestione e alla conservazione. Da un lato c’è la necessità di preservare e dall’altro la pressione a capitalizzare. Quest’ultima, in particolare, crea non pochi attriti, dal momento che non sembra essere frutto di una riflessione profonda, e soprattutto condivisa, su cosa intendiamo per valorizzazione e fruizione.

Valorizzazione è necessariamente sinonimo di profitto? Un oggetto culturale è scontato che debba produrre un utile tale da giustificarne l’apertura al pubblico? E questa apertura al pubblico viene anche socializzata?

Intendo inquadrarla nel contesto, a partire dall’ubicazione, a partire dalla strada di fronte, dove transitano studenti tutto il giorno, con i quali il monumento non dialoga in alcun modo, e dove le persone senza fissa dimora, passano il tempo. Quando non vengono sgomberate.

E, in mezzo ci sono le persone che ai siti lavorano e che permettono che l’accesso sia garantito. A mediare tra tutti i soggetti che si rapportano con questo monumento. Esse incorporano la mediazione tra dissenso, interesse e conflitti. È un ruolo che si può abitare con più o meno fatica, ma sicuramente ci sarebbe da interrogarsi su chi siano i soggetti interlocutori quando si fanno delle scelte in merito alla gestione di spazi culturali.

Patrimonializzazione e questione di classe

Si può concepire il costo di mantenimento di un sito archeologico come un investimento sul futuro e non come una voce di un bilancio che deve misurare se “vale la pena” fare quell’investimento, attraverso un ritorno monetizzabile immediato? Siamo in grado di riappropriarci del potere immaginifico che serve a scorporare il valore intrinseco (da discutere collettivamente) di un monumento da quanta ricchezza produce?

La questione di classe ha molto a che fare con la gestione degli spazi urbani e dei beni culturali: gli elementi con cui si erige un “margine” nella città, lo si istituzionalizza con il suo assioma dispregiativo, sono di varia natura. Si fondano sulla precarietà e la marginalità (spaziale, sociale, economica o simbolica), sulla povertà che contrasta con una certa estetica da “città turistica”. E spesso ciò avviene attraverso un processo cumulativo che si somma al fenomeno dell’aumento delle disparità e delle disuguaglianze.

La turistizzazione e lo sbilanciamento dell’economia verso il turismo hanno un ruolo fondamentale, se consideriamo la scelta di orientare le politiche in materia verso un’elitarizzazione del target.

Le scelte che si fanno in materia di gestione sono politiche: chi decide le regole di fruizione? Che ne è del rapporto di reciprocità nella definizione di uno spazio e di chi può viverlo e in quali modalità?

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