Lo svuotamento dei simboli identitari e i linguaggi della lotta
Da qualche giorno circola online una locandina che fa riferimento a una manifestazione di protesta inclusa nel più ampio movimento contro l’occupazione edilizia di Lu Fenosu, promontorio nella zona dell’area protetta di Tavolara.
Il caso ha suscitato grande clamore mediatico e continua ad essere al centro di iniziative, posto che per il Gruppo di Intervento Giuridico la vicenda non si è affatto conclusa.
L’articolo, lo dico subito, non parla della manifestazione né di chi la organizza.
Dunque qual è lo scopo di questo ragionamento?
Ragionare, farsi domande: metto alcune idee sul tavolo affinché circolino, si modifichino, si discutano.
Il punto non è se manifestare sia giusto o no: una mobilitazione è politicamente legittima quando rende visibile una condizione di precarietà, rivendica il diritto di apparire e si colloca in una lotta per la giustizia sociale più ampia.
Tanto per sgomberare il campo da una delle cose che mi viene scritta più frequentemente: è un discorso polemico. Sì.
Argomentare è polemico, lo rivendico subito: l’argomentazione distingue, divide, individua differenze tra discorsi e tesi. La polemica è ingiustamente vista solo come negativa, tacciata sempre di sterilità, eppure non è sempre tale.
Non è forse così che le idee si alimentano e si contaminano? Poi certo, si può mediare su come convergere, ma le idee non possono nascere sempre nella concordia.
Il conflitto serve, è necessario. Così come lo è cercare di tenere insieme più istanze anche nella contraddizione. La sua eliminazione va contro l’idea della coesistenza delle differenze, teoricamente la base della democrazia.
La colonizzazione interna è un problema reale in Sardegna, e il dissenso è legittimo. Quello che interessa, semmai, è capire come si comunica: quali immagini, quali simboli, quali schemi retorici si scelgono per collettivizzarlo, e cosa quei linguaggi portano con sé.
La locandina: simboli e linguaggi della rivendicazione
Nella locandina sono raffigurate maschere de su carrasecare, accompagnate da alcune scritte:
- Rievocazione ancestrale in maschera
- Per la prima volta nella storia le maschere sarde si schierano contro la speculazione in Sardegna
- Contro i soprusi, in difesa dell’Isola
Su Carrasecare è una pratica perpetuata con continuità (per quanto trasformata nel tempo): non è un accadimento da rievocare.
Il rito comunitario, legato ai cicli dell’anno nel contesto culturale agropastorale, non ha mai avuto un ruolo nella lotta contro una minaccia esterna. La sua risignificazione in questa direzione ne cambierebbe profondamente il significato.
Non è un dettaglio di poco conto se teniamo in considerazione il fatto che, per alcune comunità sarde, i riti de su Carrasecare sono ancora uno dei momenti più importanti dell’anno, alla pari se non più delle festività religiose.
Consapevolmente o meno, ciò che si fa qui è lo svuotamento di senso del simbolo. Simbolo riempito poi con un contenuto estraneo.
È un tipo di performatività connessa più all’urgenza di mostrare una postura di lotta che al farsi presenti con il proprio corpo e con una profonda coscienza di sé: che tipo di mondo si vuole rendere possibile in questo modo?
In che modo le maschere sarde potenziano il messaggio della manifestazione?
Se da una parte proteste, piazze e assembramenti non sono solo espressioni simboliche, ma modi concreti di creare un “noi” politico, dall’altra è lecito domandarsi come mai la resistenza reale abbia bisogno di “simboli ancestrali” per autoaffermarsi.
La maschera, come simbolo decontestualizzato, sembra inserirsi in una visione semplice e immediata, che divide il mondo in “noi contro loro” (giusto contro sbagliato). Questo tipo di messaggio serve a unire un gruppo che si propone come alternativa alla classe politica esistente, soprattutto nei contesti dove la democrazia funziona male.
La lotta contro i soprusi, un mandato patriarcale
È una semantica nazionalista quella che sorregge il messaggio, ed è marcatamente patriarcale la fisionomia del dispositivo discorsivo. Nell’ambito di una retorica come questa, il territorio viene spesso “femminilizzato” (la madre patria) per renderlo bisognoso di protezione, e la protezione si maschilizza per renderla legittima come azione militante quando non militare.
L’immagine del “popolo unito” che lotta evoca la forza, ed è una forza maschile.
Esclude corpi non conformi e la parte di società che, per la sua intrinseca fragilità, non vi partecipa. Come se esistesse un solo modo di contrastare le oppressioni.
Possibile che non si riesca a rappresentare un patto tra corpi più ampio, che preveda più modi di occupare lo spazio pubblico e di riappropriarsene?
Un’assemblea plurale, che preveda l’abitare la contraddizione e intenda l’ambiguità come luogo di forza, non come problema, e la fragilità come qualcosa da risolvere con un’identità unica e forte.
L’ancestralità
Si tratta di uno dei pilastri dell’immaginario sulla Sardegna, che viene raccontata come sospesa in una dimensione temporale non definita.
L’ancestralità è uno degli elementi narrativi che costituiscono l’esotizzazione della Sardegna.
Cosa è?
L’ancestralità è un attributo che qualifica la Sardegna come “sospesa nel tempo”, con espressioni come “dove il tempo sembra essersi fermato”. È un modo per fissarla in un passato eterno e separarla dalla modernità, cioè una forma tipica di essenzializzazione.
La Sardegna non è esotica perché remota geograficamente, ma cronologicamente. Questo meccanismo può essere definito come allocronismo: l’altro da sé creato dalla cultura occidentalocentrica non è solo distante nello spazio, ma viene rappresentato come appartenente a un altro tempo, quasi fuori dalla contemporaneità.
Nel saggio Orientalismo, Edward Said spiega come l’Oriente venga creato come categoria distinta e rappresentato come tradizionale, arretrato, fisso, quasi fuori dalla storia, in contrapposizione a un Occidente moderno, superiore.
Nelle narrazioni sulla Sardegna l’ancestralità non viene usata per descrivere qualcosa di specifico nel passato, ma anche per costruire alterità.
L’ancestralità diventa un concetto problematico quando l’”antico” viene usato per suggerire purezza originaria, mistero o autenticità, arretratezza, senza complessità storica e sociale.
In quel caso, la categoria non descrive: gerarchizza.
Identità performativa
La rabbia non si può separare dal corpo e il corpo non si può separare dal territorio che abita.
Corpi e terre diventano estensioni di un unico soggetto, attraversato da dinamiche di potere.
Fondare la propria identità su simboli o concetti fissi e immutabili presenta il rischio che il simbolo smetta di raccontare qualcosa sulla comunità che lo pratica e cominci a raccontarla con la logica dell’essere “contro” qualcosa o qualcuno.
La dinamica di potere, il dispositivo coloniale che si vorrebbe contrastare e combattere, viene interiorizzata, mai decostruita e infine viene replicata.
L’idea che un gruppo subalterno possa scegliere consapevolmente di presentarsi in modo unificato ed essenzializzato per ottenere effetto politico, scegliendo di farne una semplificazione temporanea e non una verità, non è necessariamente un male. Può essere una scelta legittima e non necessariamente un sintomo di “delega del sé”.
Diventa problematica quando la semplificazione smette di essere consapevole e diventa un’unica narrazione, quando l’identità diventa, al pari del simbolo, un vessillo e non una pluralità di intenti che confluiscono in una lotta per i diritti.
Non esistono simboli identitari, nemmeno se ancestrali, che possano arginare con efficacia dai mutamenti che inevitabilmente investono qualunque sistema culturale. Nessuna cosa del passato, tantomeno del catalogo del tipico, con la quale ci identifichiamo, potrà legittimare le nostre scelte di oggi.
Perché l’identità non è un dato naturale, ma sempre una convenzione culturale. E politica.
È importante saper scegliere consapevolmente chi vogliamo essere e come raccontarci.


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